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La nuova Emigrazione

Quando si parla di emigrazione italiana, si distinguono 3 grandi periodi: la Grande Emigrazione, che va dall’Unità d’Italia fino all’ascesa del Fascismo, la Migrazione Europea, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e gli anni 70, e una terza ondata emigratoria conosciuta come Nuova Emigrazione, cominciata nei primi anni del 2000 e non ancora terminata.

La storia di oggi parla appunto di questo terzo periodo migratorio.

La protagonista del nostro pomeriggio di ricerca è Patrizia Marinelli, figlia del nostro celeberrimo Francesco (chi non conosce lui, la sua fisarmonica e il suo repertorio di Celentano?)
Patrizia oltre ad essere la protagonista dell’intervista è mia amica da una vita, siamo state compagne di classe per un sacco di anni prima di dividere le nostre strade scegliendo diverse università.

Ed è già da qui che, in un certo senso, comincia ad intravedersi un destino da migrante. Sceglie la carriera da ricercatrice, un lavoro che in Italia non le offre davvero nulla, e così, dopo l’esperienza positiva dello stage, decide di tornare in Spagna, a Barcellona. Nel frattempo “la vita fa un sacco di giri”, dice Patrizia, che passa dal laboratorio all’insegnamento, si innamora, mette su famiglia. Alla mia domanda se intravede, in futuro, di tornare a vivere qui a Chieuti, risponde che “ho pure comprato casa”, in Spagna, la sua vita si è definitivamente trasferita lì.

Le chiedo se si è mai sentita “emigrata”. La sua risposta è no.
Le cose, negli anni, sono cambiate.
Prima partire voleva dire lasciare tutto e non rivedere la tua famiglia per anni, con lettere e fotografie come unico mezzo per tenersi in contatto. Ora, Patrizia dice che la Spagna “non è lontanissima, quando voglio posso tornare”, e con le videochiamate ci si vede anche più volte al giorno, non si sente emigrata perché non si sente così lontana. Oltretutto, vive vicino al mare, in un paesino tranquillo, clima e paesaggio le ricordano Chieuti.
Non si è mai sentita nemmeno “immigrata”, ha creato subito il suo cerchio di amicizie solido, si è sempre sentita ben accolta e non hai mai percepito discriminazioni o differenze.

Questo aspetto fa riflettere.
La Grande Migrazione era fatta da povera gente, nelle nostre ricerche ritroviamo cognomi storpiati e cartoline dalle frasi sgrammaticate, nella Nuova Emigrazione ci sono neo laureati, giovani ed intraprendenti, che non lasciano l’Italia (e Chieuti) per sopravvivere (o per paura del futuro, come nel racconto della scorsa volta), ma per lavorare nel proprio ambito di studi, per gratificazione, per soddisfazione personale. Forse è anche questo status socio-economico a far sì che non ci si senta “migranti” all’estero.

Chiedo a Patrizia cosa le manca di Chieuti.
Manco a dirlo, il cibo. Soprattutto, l’olio.
“Ahhh, l’olio! In Spagna è pure buono, ma come l’olio Pugliese…”

E infine, ovviamente, “indovina un po’?” mi chiede.
La festa di San Giorgio. Una costante in tutti gli emigrati, negli anni 50, alla fine del 1800, nei giovani cervelli chieutini in fuga.
“Ai miei amici, la testa così” dice ridendo. In un corso di catalano, durante un’esercitazione raccontando qualcosa a piacere, Patrizia ha spiegato a tutti cos’è la nostra festa, i buoi, san Giorgio, l’alloro, il tarallo.
“A voi manca da 2 anni ma a me molto di più”, perché il dramma di chi vive fuori, specie all’estero, è di non poter incastrare le giornate di ferie per venire a san Giorgio.


“Ma appena capita di sabato vengo, parto il venerdì sera”
Ha ragione lei, non è poi così lontana.

Marina